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Il Brigante Chiavone (prima parte)

Il Brigante Chiavone (prima parte)

Tra i briganti che difesero la propria terra e la dinastia borbonica, uno degli elementi più attivi e forse più fedeli fu Chiavone, alias Luigi Alonzi. Nonostante quello che frequentemente si pensi, i briganti non erano sempre delinquenti comuni ed anch’essi avevano un codice d’onore, specialmente quelli legati al legittimismo. Il giornalista Paget della “Illustration Journal Universel” incuriosito dal personaggio, volle incontrarlo insieme ad un fotografo. Durante il colloquio gli chiese quale fosse lo scopo della sua vita e come vedesse il futuro e dove lo conducesse il suo modo di vivere. Chiavone rispose: “La mia idea è cacciare i Piemontesi. marciare su Torino e restaurare Francesco II° al posto di Vittorio Emanuele”. Chiavone non conosceva la geografia e dunque non sapeva dove Torino si trovasse. Era in perfetta buonafede e le sue intenzioni erano le migliori.

Chiavone era di Sora. Suo nonno era Valentino Alonzi, braccio destro del brigante Mammone che, alla fine del ‘700, collaborò con Fra’ Diavolo, ovvero Michele Pezza, contro i Francesi. Chiavone prestò servizio militare nel Battaglione Cacciatori della Guardia Reale con onore e fedeltà diventandone caporale. Successivamente venne nominato dai reali Guardia Forestale del Comune di Sora, incarico che seppe mantenere con alto senso del dovere. Alla fine del 1860 - 61 il territorio dell’Alonzi era una zona franca, ancora in mano alle milizie regolari ed a popolani fedeli ai Borbone.

Non vi fu nessun intervento internazionale a favore di Francesco II°. Giunsero tuttavia da ogni parte di Europa i legittimisti solidali verso la dinastia borbonica, i quali si unirono ai Briganti nella lotta ai Piemontesi: Trazegnies, Zimmermann, Kalekreut, O’ Keeff, Tristany, De Coataudon, de Rivier e, da ultimo, Borjes. Erano già presenti: De La Grange, De Christen e Kalkreut, i quali erano già a servizio del re nella piazzaforte di Gaeta, i quali pensarono ad una spedizione per il recupero dei territori abruzzesi. Chiavone partecipò con entusiasmo alla richiesta di aiuto di De La Grange perchè conosceva bene il territorio, godeva del massimo prestigio presso la sua gente e dell’aiuto dei suoi compaesani.

Il regno di Francesco II° era ridotto a pochi lembi di terra: Gaeta, la cittadella di Messina, Civitella del Tronto, l’ultimo avamposto a cadere e pochi territori ancora che rimanevano fedeli al re Borbone. Il brigante si unì con passione alla brigata di volontari di De La Grange, stanziata nelle vicinanze di Sora in Alta Terra di Lavoro, ancora appartenente al Regno di Napoli. A lui si unirono De Christen, Marra e il brigante Giorgi. I suoi “selvaroli” combatterono con entusiasmo e accanimento contro i garibaldini nella Valle Roveto, riportando una splendida vittoria. In seguito a questo successo, Chiavone si recò a Gaeta per incontrare i sovrani ed il ministro Pietro Calà Ulloa, mentre lo stesso colonnello De La Grange vi si trovava per fare rapporto al re e chiedere  supporto ed armi. La disponibilità di Ulloa verso Chiavone fu enorme: ebbe 450 fucili accompagnati da un invito particolare: “Sora e la sua gente sono troppo importanti per Sua Maestà. Fate onore alle Vostre belle tradizioni; noi mettiamo i fucili, Voi il coraggio”.

I piani di Chiavone per ripristinare l’antico regime negli Abruzzi e nel Molise avrebbero potuto essere molti ma avverse vicende cambiarono la situazione. Il 19 ottobre 1860, mentre il Colonnello De La Grange ripartì per la Marsica, il generale Douglas Scott ripartì per il Molise, mentre Chiavone controllava con i suoi uomini Sora e il circondario. Disgraziatamente il generale Douglas Scott, che comandava il grosso della spedizione contro il nemico, venne attaccato e fatto prigioniero al passo del Macerone il 20 ottobre dall’avanguardia dell’esercito Piemontese, comandato dai generali Cialdini e Fanti, senza grossa resistenza da parte del generale borbonico che venne fatto prigioniero. Tale situazione complicò non poco il quadro politico, mentre il brigante e le sue imprese divennero sempre più importanti a scapito dei Piemontesi che non riuscivano a catturarlo.

Gli Abruzzi e l’Alta Terra di Lavoro continuavano ad essere fedeli a Francesco II°. Nel frattempo Sora venne nuovamente occupata del nemico. Il 3 dicembre 1860 Chiavone attaccò nuovamente la città allo scopo di riprenderla, con un piccolo esercito radunato tra Casamari e Scifelli. In città vi era solo un esiguo presidio di sabaudi che vennero prontamente sconfitti. Tutto questo accrebbe il prestigio del brigante. La vittoria, però, fu di breve durata. I Piemontesi ripresero le loro posizioni e Chiavone fu costretto a ritirarsi nei confini del vicino Stato Pontificio sotto la protezione del governo di Pio IX°, così come fece lo stesso Francesco II° che, dopo la resa di Gaeta il 13 febbraio 1861, fu ospite del Papa e ove lo zio del re, il Conte di Trapani, aveva formato un comitato per organizzare la guerriglia nell’ex Regno. Facevano parte di questa organizzazione i generali Clery, Statella, Vial e Beneventano del Bosco, nonché l’ambasciatore spagnolo Bermudez De Castro. Chiavone venne convocato a Roma ove ebbe modo di incontrare militari e prelati onde avere da questi finanziamenti e lettere di presentazione, convincendosi sempre più che tentare di restaurare la vecchia monarchia fosse la cosa più giusta da farsi.

(fine prima parte)