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Il Capitano Domenico Bozzelli e la battaglia del Garigliano

Domenico Bozzelli nacque da umile famiglia a Castel di Sangro negli Abruzzi. Non compì i suoi studi nell’importante collegio della Nunziatella, ma in un seminario ove i suoi parenti sacerdoti lo avevano inserito allo scopo di ottenere per lui una buona preparazione. Il suo desiderio non era divenire prete, ma quella di arruolarsi nell’esercito borbonico, come in realtà avvenne, e dove prestò servizio con entusiasmo ed abnegazione fino alla morte.

Si arruolò giovanissimo nel 5° Cacciatori subito dopo aver completato i corsi previsti. Dopo quattordici anni di servizio subalterno riuscì ad essere promosso alfiere del 13° reggimento Lucania nel 1849. Fu meritevole di medaglia d’oro di prima classe, prestigioso e meritatissimo riconoscimento per il suo impegno nella campagna di Sicilia. Divenne secondo tenente nel 1850 del 6° Cacciatori con cui rimase fino alla fine della sua vita nella battaglia del Garigliano, quando la morte lo colse insieme ai suoi eroici soldati. Nel 1858 divenne 1° tenente ed il 1° agosto 1860 fu promosso capitano.

Purtroppo le sorti del Regno di Napoli stavano prendendo una brutta piega. Vittorio Emanuele aveva occupato da Nord gran parte dell’Italia, giungendo senza alcuna dichiarazione di guerra nei pressi di Caserta, mentre Garibaldi ed i suoi garibaldini si stavano insediando a Napoli. Francesco II°, onde evitare inutili spargimenti di sangue alla sua capitale, decise di lasciare Napoli e ritirarsi nella fortezza di Gaeta, da cui poter dirigere una efficace resistenza e riappropriarsi così del suo regno. Le truppe borboniche vennero collocate in maniera tale da poter combattere sul Volturno e successivamente, per necessità, sul Garigliano, mentre Capua e Gaeta venivano fortificate. Re Francesco lasciò, fiducioso del suo rientro, tutti i suoi beni, compresi 33 milioni di ducati nelle banche napoletane di cui il nemico immediatamente si impossessò.

Sfortunatamente venne persa la battaglia sul Volturno, nella quale i Napoletani si erano impegnati al massimo, creando non pochi problemi ai garibaldini, i quali per vincere chiesero l’aiuto di 40.000 soldati piemontesi contro truppe ormai stanche e mal comandate, ma ancora risolute nel combattimento. La vittoria dei Piemontesi venne sopravvalutata ed eccessivamente lodata da scrittori della parte avversa come A. Dumas, il grande romanziere francese.

La capitolazione di Capua fu un’altra enorme tragedia: la città venne bombardata senza pietà, ragion per cui si dovette arrendere. L’attacco nemico fu immane e disgraziatamente l’esercito napoletano non era dotato di armi di pari potenza per poterlo contrastare.

 Era il 2 di novembre. In precedenza, nella battaglia del Macerone del 20 ottobre, il Gen. Comandante Scotti Douglas venne fatto prigioniero senza quasi combattere contro i Piemontesi perché, a suo dire, il nemico era di gran lunga numericamente superiore. Tale situazione impedì al Col. de la Grange di intraprendere ulteriori operazioni volte al recupero degli Abruzzi. Nel frattempo il re sostituì il Gen. Ritucci con il Gen. Salzano.

Rimaneva da difendere il Garigliano per bloccare l’avanzata dell’esercito piemontese. E’qui che il Capitano Bozzelli mise in atto tutto il suo eroismo e quello dei suoi soldati. La ritirata verso il Garigliano per bloccare il passaggio del nemico era diventata inevitabile per continuare la resistenza. Il fiume rappresentava un grosso ostacolo per il nemico.

Il 27 ottobre Francesco II° passò in rassegna le truppe per incoraggiarle al combattimento. Non fu quella l’unica volta che il re tornò sul Garigliano per dirigere personalmente le posizioni scelte. Egli era infaticabile, pensava a tutto e dava quegli ordini che erano indispensabili al suo esercito. Francesco contava sulla protezione della flotta francese così come promesso da Napoleone III° in base agli accordi presi con lo Stato Pontificio. Ma non fu così. L’imperatore, su sollecitazione di Vittorio Emanuele, approfittandosi del patto di non intervento, ordinò all’Ammiraglio comandante della flotta francese, Le Barbier De Tinan, di proteggere la sola Gaeta dove si trovava il re e di non interferire nella vicenda. I Piemontesi provenienti da Sessa Aurunca volevano sfondare a tutti i costi la linea del Garigliano. Il 29 ottobre il re sabaudo partecipò all’operazione con tre colonne per passare il fiume, pur dubitando di poterlo fare, avendo compreso che la resistenza sarebbe stata fortissima da parte dei Borbonici.

Il luogo principale dello schieramento napoletano era il ponte Real Ferdinando nei pressi di Minturno. Vennero schierati il 2°, 4° e il 14° battaglione cacciatori e sei compagnie del 3° di linea comandati dal Col. Giovanni Cortada con il 6° in retroguardia, che si rivelarono truppe agguerrite e disciplinate. Il comando di questi uomini era condiviso tra il Maresciallo Filippo Colonna e il Maresciallo Barbalonga che insieme respinsero l’attacco frontale del nemico. Il maggiore Matteo Negri, che sul campo divenne generale, avvistato per primo il nemico accorse con cinque squadre a cavallo. Lo scontro fra i Sabaudi ed i Borbonici fu terribile. Il Gen. Negri, in un primo tempo solamente ferito ad un piede, venne nuovamente colpito a morte nel tentativo di respingere gli attacchi del nemico. La difesa continuò da parte dei napoletani con coraggio esemplare. Il Gen. Barbalonga fece rimuovere le traverse di legno del ponte per contrastare l’avanzata del nemico e molte furono le perdite tra i bersaglieri che andarono all’attacco.

Dal 1° novembre l’ammiraglio francese, che aveva avuto l’ordine di proteggere solo Francesco e di non interferire, lasciò con disappunto spazio ai Piemontesi. Rimasto scoperto senza l’aiuto dei Francesi, l’esercito borbonico dovette ritirarsi verso Mola di Gaeta (Formia) mentre Persano, l’ammiraglio della flotta sabauda, bombardava dalle sue navi con ferocia indescrivibile causando enormi problemi all’esercito napoletano. Nel frattempo il Gen. Gerbaix de Sonnaz, comandante dei Granatieri di Sardegna, pensando che il fiume fosse sguarnito dal grosso delle truppe nemiche, tentò un nuovo assalto, mai pensando di trovare ancora resistenza. Sul ponte si trovavano ancora, nascoste tra i canneti, due compagnie al comando di Domenico Bozzelli lasciate come retroguardia e appartenenti al 6°Cacciatori, circa 200 uomini intrepidi e coraggiosi, destinati volontariamente a sacrificare la propria vita insieme al loro comandante per un grande ideale. Morirono tutti insieme al Capitano Bozzelli, ma riuscirono ad impedire ai Granatieri di De Sonnaz il passaggio sul fiume per un giorno intero, proteggendo con la propria vita la ritirata di Francesco e delle sue truppe. Avrebbero potuto retrocedere come da ordine ricevuto, ma vollero invece rimanere al loro posto. Per loro la morte era preferibile alla prigionia. Tra le truppe in   in ritirata verso Mola di Gaeta attraverso i monti di Traetto, per poi discendere verso la città, soprattutto la brigata Polizzy poté osservare la feroce battaglia e la fine di quei prodi.

La storia ricorderà sempre il Gen. Matteo Negri, che riposa nella cattedrale di Gaeta, ma chi ricorderà il sacrificio dell’umile Capitano Domenico Bozzelli? Sicuramente i suoi concittadini.