Crocco, Pilone e Viola
Il capo brigante Crocco si era costituito il 24 agosto 1864 presso Veroli nel pontificio, ecco come racconta nelle sue Memorie: “Dopo 31 mesi di carcere duro nutrito con una libbra di pane al giorno ed una zuppa di legumi, fui mandato in Francia… dove fui arrestato e per tre mesi godetti le delizie del carcere straniero tormentato da insetti comuni, e da un digiuno forzato. Dopo l’andirivieni di note diplomatiche tra le Corti di Roma, Firenze, Parigi, sul diritto della mia persona, Napoleone III, salvando capra e cavoli, da Marsiglia mi ritornò a Roma a disposizione del Pontefice. Dopo poco tempo venni mandato alle carceri di Paliano, ove fui caricato di catene e chiuso nella torre di quella Rocca, per dar principio al secondo digiuno, che durò fino al settembre del 1870….”.poco più oltre :”…Finalmente verso la fine di settembre 1870 giunge a Paliano un battaglione del R. Esercito italiano. Alcuni ufficiali memori delle mie gesta, altri che mi avevano combattuto nel 1861-62 vennero a visitarmi nella cella di rigore, e forse mercè loro mi tolsero le catene ed ebbi il permesso di prendere aria. …:” Restai a Paliano sino al giorno 23 giugno 1871; la sera di questo giorno arrivai a Caserta. Quivi una folla di curiosi aspettava alla stazione per ammirare il famoso generale dei briganti…” poi sempre dalle sue memorie sappiamo che passò alle carceri di Avellino dove rimase per ulteriori tredici mesi ed il 27 di luglio fu condotto a Potenza dove in Corte D’Assise il 14 agosto 1872 iniziava il processo. Il processo si concluse con la condanna a morte, che tuttavia fu commutata, a seguito del regio decreto del 13 settembre 1874, ai lavori forzati a vita.
Ecco quanto scrisse il Ministero da Firenze il 23 agosto1868 al Prefetto dell’Aquila(): «Questo Ministero è informato che i tre famigerati capi-banda: Donatello Carmine Maria, detto Crocco; Cozzolino Domenico, detto Pilone e Viola Bernardino, dopo essersi nel maggio dello scorso anno imbarcati a Civitavecchia per Marsiglia col proposito di recarsi nell’Algeria, fecero da qualche mese ritorno nel Pontificio per la via di Civitavecchia. Il Viola trovasi presentemente detenuto, per imputazione di brigantaggio nelle carceri delle Terme di Diocleziano, degli altri due Crocco e Pilone, si sa solamente che trovansi nel Pontificio. Il Governo si sta adoperando per ottenere l’estradizione, ma ha motivo di dubitare dell’esito favorevole delle sue pratiche, almeno per ora, non avendosi diritto di domandarla altrimenti che nelle vie officiose, giacché i tre capi–banda predetti vengono considerati quali compromessi politici. Intanto però, essendo a temersi che i medesimi facciano ritorno nel territorio del Regno, è necessario
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che sia attivata una diligente sorveglianza al confine pontificio e che si addivenga al loro arresto quando lo varcassero. I connotati dei tre Capi–banda sono quelli descritti nell’annesso foglio». In precedenza il Prefetto dell’Aquila il giorno 14 giugno 1868 aveva così scritto al Ministro dell’Interno(): «Quando con rapporto del 30 dello scorso mese io riferiva a codesto ministero che questa Prefettura era venuta a conoscenza della comparsa del noto Capo-banda Berardino Viola nelle vicinanze di Tivoli, era anch’io meravigliato del come questo brigante capo possa essere scampato alle conseguenze dell’estradizione domandata per lui e per gli altri Capi Banda Crocco e Pilone arrestati in Marsiglia, avesse potuto ridursi a ritornare nel Pontificio. Trattandosi di un feroce malfattore, il cui nome compendia una serie di misfatti, fu mio impegno di approfondire la verità di questa denunzia, e spedì persona al confine per attingere più precise conoscenze, seppi allora che il Viola fu veduto in Tivoli nel 29 dello scorso Aprile, e che correva voce che fosse stato arrestato nel giorno 3 maggio a Monterotondo. Avuta questa affermazione mandai un dispaccio in cifra al sottoprefetto di Rieti pregandolo a disporre che dal Funzionario di pubblica sicurezza di Fara si fosse spedito un confidente a Monterotondo per prendere notizie su questa importante faccenda. In questo momento ho la risposta del Sottoprefetto di Rieti così concepita. Ricevo ora notizia corre voce anche a Monterotondo essere stato arrestato noto capo-banda Berardino Viola ma non si ha per positivo, sembra sia stato tradotto a Roma. Oggi stesso son tornato a scrivere a persona di mia fiducia per avere altre indicazioni, frattanto stimo opportune informare di tutto codesto Ministero per quello che nella sua saggezza crederà poter praticare se il Viola da Marsiglia si recò in Algeri, ove era diretto insieme cogli altri due Capi-banda, non è difficile sapere da quel Reale Console se trovasi ancora colà. Come anche il Governo con i suoi mezzi potrà venire in conoscenza se è vero che fosse stato da Monterotondo tradotto in Roma, circostanza che come dissi procurerò anch’io di liquidare. Il Prefetto». In effetti il Prefetto, dopo alcuni giorni e precisamente il 17 giugno, poteva con soddisfazione comunicare al Ministero la seguente(): «Persona tornata dal confine pontificio mi assicura che Beradino Viola è stato con effetto arrestato a Monterotondo e che è stato tradotto a Roma. Ho ragione di ritenere io questa notizia proveniente dal Maresciallo della Gendarmeria di Monterotondo. Il Ministro ne farà quell’uso che meglio stimerà conveniente. Il Prefetto». Berardino Viola fu richiuso nel carcere delle terme di Diocleziano.
Un grosso brivido percorse le vallate del Cicolano e le montagne dell’Aquilano, quando si diffuse la notizia di un’altra fuga di Viola dalla prigione: era il 6 marzo 1869 e Viola, con l’ ”illustre” compagno di galera Pilone, era riuscito a riconquistare la libertà
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lasciandosi dietro le spalle il carcere delle Terme Diocleziane. Soltanto il giorno 11 il Prefetto dell’Aquila si decise a prendere una serie di iniziative per contrastare questa nuova emergenza di ordine pubblico. Come primo passo volle informare il Comando Generale di Caserta(): «…io spero che se Viola rientrerà nel Regno e le pratiche iniziate possano riuscire a buon fine…». Al ministero dell’Interno a Firenze sempre l’11 faceva sapere tra le altre cose(): «…appena avuta conoscenza della sua fuga ho spedito da Avezzano in Fiamignano, patria di questo capobanda, il delegato di P. S. Sig. Marrama…». Ancora il giorno 11 allo stesso Marrama(): «dal 1863 in Fiamignano concorse con sagaci pratiche per far arrestare nel territorio pontificio questo famigerato brigante, che ora fuggito dal carcere potrebbe formare nuova banda e compromettere quella sicurezza con tante cure ridonata a questa Provincia. Quindi mi son determinato a destinarla in Fiamignano ove ella riprendendo le fila di quelle conoscenze che si avea sul conto di Viola potrà rendere un importante servizio sia procurandone l’arresto sia trovando modo di farlo presentare…». Il 14 Marrama comunicava da Fiamignano di essere arrivato a destinazione dopo un viaggio di due giorni() «in uno stato niente affatto piacevole per lo stradale interamente guasto dalle abbondanti piogge cadute…». La psicosi del ritorno di Viola nel Cicolano si espandeva a macchia d’olio: il sindaco di Petrella Salto Cherubino Donati scriveva allarmatissimo il 13 marzo al Prefetto(): «…da private notizie apprendeva che egli meritava la fuga, anzi mi si aggiungeva che diunito al Viola era detenuto in Termini il famigerato Zeppetella di Tornimparte, qual fondamento possa avere una tale notizia, il lascio al giudizio di V.S. Ill.ma…»; Zeppetella invece era ancora “uccel di bosco” scorrazzava per le montagne dell’aquilano . Il Prefetto cercò di recuperare la volontà di consegnarsi alla giustizia italiana espressa dal Viola nell’autunno del 1868 in una lettera inviata ad un certo Antonio Desideri di Borgo S. Pietro, incaricando proprio l’apprensivo Sindaco di Petrella Cherubino Donati di riannodare le relazioni da qualche tempo abbandonate. Che fosse totalmente inventata la notizia di una ricomparsa di Viola il quale “già fa delle minacce”, con quattro suoi compagni il giorno 20 marzo tra Fiumata e Teglieto, si desume dal fatto incontrovertibile che, alle ore 13,30 del 19 marzo 1869, un telegramma cifrato da Firenze annunciava al Prefetto dell’Aquila(): «Capo banda Viola fu ripreso nel pontificio - forza pontificia - sulle tracce Cozzolini detto Pilone - nella fuga si è fratturato gamba.- Gerra.».
Il processo a Viola fu celebrato presso la Corte d’Assise dell’Aquila e fu emessa la condanna il 17 giugno 1873:” alla pena dei lavori forzati a vita e sue conseguenze”.