L’idea di una disperata spallata borbonica nel 1863
Dopo la stagione degli “Evviva Francesco” e degli “A morte Vittorio” della reazione, dalla spiccata valenza politica, dell’autunno 1860 e di tutto il 1861, e dopo il sanguinosissimo 1862, drammaticamente «restò scoperto e vistoso e spesso sanguinante il lato sociale della vicenda, quello legato alla desolata e disperata condizione delle masse contadine, che la crisi boschiva e armentaria sospingeva ad una forma violenta di ribellione, prima che questa ultima s’incanalasse nel movimento emigratorio. E’ perciò sintomatico che i focolai del brigantaggio, tenacissimi lungo almeno un decennio ancorché le fonti ufficiali si studiassero di negare o minimizzare il fenomeno, si circoscrivessero peraltro in effetti, in provincia di Aquila, a quelle zone maggiormente depresse perché più strettamente ed esclusivamente legate alle forme di economia in evidente declino: Il Cicolano, con propaggini fino a Tornimparte e Scoppito e l’alta valle del Sangro, con l’Altipiano delle Cinquemiglia»; ciò è quanto scriveva Raffaele Colapietra nel 1958().
Il 2 aprile 1863, il generale piemontese Giuseppe Govone così relazionava al parlamentare Giuseppe Sirtori:” Quando visitai nel 1861 le prigioni di Aquila vidi se non erro da 700 prigioni dell’ultima classe, che vi giacevano ammonticchiati sulla nuda terra in antri malsani con cibo misero, da più mesi, senza che alcuno avesse mai interrogato buona parte dei prigionieri o ne avesse un elenco, (Uberto Govone, il generale Giuseppe Govone pag401). Nelle sedute parlamentari del 1863 si sentivano espressioni del tipo, in questo caso il deputato e generale Giuseppe Avezzana, : “Sono più di due anni che io lamento lo stato deplorabile delle provincie meridionali…gravissimi errori, è d’uopo confessarlo, sono stati commessi dagli uomini mandati colà a governare, i quali invece di rimediare ai mali che doveva necessariamente produrre un cambiamento di regime, ordinando pubblici lavori in cui il popolo potesse trovare pane, ricorsero a misure di eccessivo rigore, che rese il brigantaggio più ostinato ecc.”. Nella stessa seduta , il deputato Luigi Miceli così si esprimeva: “…dei briganti parecchi furono fucilati, ed incontrarono questa sorte, tanto uomini facinorosi carichi di delitti, che dei miserabili degni di compassione, mi si assicura che uno di costoro non aveva fatto altro che rubare una pecora; taluni dei fucilati erano in tale stato di miseria che mentre andavano al supplizio, uno si tolse le scarpe e disse ad un amico: porta queste scarpe al mio povero padre”; un altro si spogliò del giacco perché si desse ad un suo figliolo…(atti del Parlamento sessione del 1863-64 vol. II pag.1718)
In Sicilia intanto si assisteva ad uno dei tanti paradossi della storia, dopo aver accolto con entusiasmo Garibaldi e i suoi Mille nel 1860, a soli tre anni, sul grave problema dei renitenti alla leva, il ministro Ubaldino Peruzzi il 10 giugno 1863 riceveva dal generale Giuseppe Govone una relazione che tra le altre cose diceva: “Il mandamento di Misilmeri è noto a V.S. come uno dei cattivi di queste vicinanze. Ha un grande numero di renitenti e malviventi. Malgrado vi sia da molto una compagnia di truppa distaccata, essa non otteneva risultati sensibili nelle sue ricerche; anzi accadde poche settimane addietro che una pattuglia correndo dietro uno di quelli, la popolazione fece sentire voci insultanti e minacciose”. (Uberto Govone, Il generale Giuseppe Govone)
Ben a conoscenza di questi ormai diffusi segnali di delusione per un processo di unificazione mal riuscito, si andava sempre più rafforzando l’idea di una riscossa negli ambienti borbonici e legittimisti. L’idea di una disperata spallata nella primavera 1863 per ribaltare la situazione nasceva dunque dalla consapevolezza di un sentimento generalizzato di avversione al nuovo corso.
L’obiettivo dei legittimisti borbonici era quello di trasferire oltre il confine con il Regno il maggior numero possibile di bande per creare imbarazzo e difficoltà al regime unitario ed alimentarvi uno stato di disordine cronico. Ma, come si vedrà, essi non seppero individuare un obiettivo chiaro e preciso, né riuscirono a formulare un piano che coordinasse tutte le azioni di guerriglia, che perciò rimasero frazionate ed affidate, in genere, alla spontaneità delle bande.
Il Giornale La Perseveranza del maggio 1863 dava il generale Trystany a Roma, intento ad organizzare quella nuova offensiva data per certa dalla stampa internazionale; secondo una corrispondenza da Roma, il 20 Aprile lo spagnolo aveva passato in rassegna le bande di Tamburini e di Stramenga.
La realtà di simile complessa rete di segnalazioni si riduceva, secondo il ministro dell’Interno Peruzzi, alla presenza di tre bande armate sulla frontiera, tra la provincia attuale di Rieti e quella dell’Aquila. Due penetrarono nel regno: una presso Scanno, e l’altra più vicino a Cittaducale, mentre quella più numerosa rimase in attesa. Il gruppo armato spintosi fino a Civita d’Antino e Scanno forse erano gli uomini di Tristany. Le altre due bande, rispettivamente di un centinaio e di una cinquantina di uomini, al comando di Nunzio Tamburini e e di Bernardo Stramenga, erano penetrate nell’aquilano via Tivoli- Filettino. Ad esse era da aggiungere un’altra cinquantina di briganti, approdati a Terracina. L’offensiva si esaurì presto, dopo aver conseguito qualche successo iniziale. Il giudice mandamentale di Borgocollefegato (oggi Borgorose) Paolo Basile quando analizzò i fatti briganteschi del 1863 affermò che la comitiva che scorrazzava sulla montagna di Cartore ed i monti circonvicini e la comitiva di Poggiovalle costituivano due frazioni di un’unica “orda mal intenta”, ora univasi intera, ora trovavasi divisa in due frazioni: l’una che metteva quasi residenza nella sommità dei monti di Poggiovalle e Valdevarri; l’altra sui monti di Cartore e Duchessa, l’unità d’azione brigantesca, che derivava dalla comune direttiva legittimistica, si disperdeva per l’enuclearsi del fenomeno di banda indigena, la Pietropaoli, obbediente a motivazioni particolaristiche e contingenti, avulse dal contesto politico”. La banda Pietropaoli invece restringeva il proprio operato alle sole zone prossime ai paesi natali dei suoi componenti fissi. La banda definita genericamente di Cartore non era altro che la comitiva creata nell’inverno/ primavera 1863 dallo Stramenga affidata al comando di Giovanni Colaiuda che si avvaleva della presenza di quasi tutti i briganti che nell’estate del 1861 e del 1862 si erano già compromessi con le autorità per via di azioni di ricatto rivolte in particolar modo contro la borghesia armentizia, sulle montagne del Cicolano, di Lucoli e Tornimparte, altipiano delle Rocche e Cascina di Cagnano.
Il 1863, tuttavia, come sappiamo, ebbe per le bande inoltratesi nel regno un esito devastante anche per l’introduzione di una legislazione repressiva come la legge Pica (15 agosto 1863 n. 1409). Con tale mostro giuridico la competenza a giudicare sui briganti veniva sottratta alla giurisdizione ordinaria ed attribuita ai tribunali militari che la esercitavano nell’ambito territoriale di quelle provincie dichiarate “infestate dal brigantaggio” con R.D. del 20 agosto 1863 n. 1414. (Provincie di Abruzzo Citeriore, Abruzzo Ulteriore II, Basilicata, Benevento, Calabria Citeriore, Calabria Ulteriore II, Capitanata, Molise, Principato Citeriore, Principato Ulteriore e Terra di Lavoro.)