Francesco V di Modena e i Plebisciti
15 Settembre 2026
Di Maria Ornella Cristalli
Nel giugno del 1859, ed esattamente il giorno 11, il Duca di Modena Francesco D’Austria Este lasciò la sua terra spontaneamente. La sua mitezza e la sua bontà gli impedirono di costringere la sua gente ad una guerra massacrante che a nulla di buono avrebbe portato. I tempi erano mutati e la sofferenza di una popolazione sarebbe stata inutile contro il Piemonte, che aveva deciso di appropriarsi dell’intera zona.
La Duchessa di Parma Luisa, reggente per suo figlio, abbandonò anche lei Parma perchè il suo esercito di 1.800 uomini non avrebbe potuto reggere l’urto. La stessa sorte toccò al Granduca Leopoldo di Toscana. Tutti questi Stati erano satelliti dell’Austria la quale, in un certo qual modo, proteggeva questi principi. Il Duca non andò solo in esilio; la sua brigata di 3.200 uomini volle seguirlo in territorio austriaco. Questo è il primo ed unico caso in cui un esercito intero seguì il suo sovrano in esilio con il chiaro intento di non abbandonarlo, ma la chiara speranza di poter tornare con lui a Modena non potè mai avverarsi perché la situazione italiana, grazie alle mire del Piemonte e alla debolezza dell’Austria, stava cambiando l’assetto del Paese.
La seconda guerra di indipendenza finì con la disfatta di Francesco Giuseppe. Gli austriaci persero a Solferino dopo un bombardamento serrato. Mentre il nemico avanzava inesorabilmente, la ritirata da parte austriaca fu inevitabile per i 120.000 uomini battuti. Era il 24 giugno 1859. L’imperatore dei Francesi Luigi Napoleone III° e Francesco Giuseppe si incontrarono a Villafranca, dove presero accordi per una confederazione sotto la guida del Papa, per la cessione della Lombardia alla Francia che l’avrebbe poi ceduta al Piemonte, escluse le fortezze di Mantova e Peschiera ed il ritorno dei Sovrani di Modena e Toscana nei loro ducati. Con questo armistizio si sarebbe aperta la possibilità per Francesco V° di rientrare nei suoi domini ma il duca non si fidò di Napoleone e rimase nei territori austriaci. Gli emissari piemontesi cercarono con promesse di vario genere di corrompere le truppe estensi che si erano disposte lungo il confine del ducato. Gli emissari si aggiravano tra i soldati con promesse e con minacce. Le notizie della situazione reale fanno capo a due importanti personaggi: il primo il ministro del Duca a Vienna Bayard De Volo, il secondo Filippo Curletti, spia del Cavour, divenuto in seguito capo della polizia del Farini, il dittatore imposto dai Piemontesi. Secondo De Volo, l’esercito dei 3.200 del duca con un’ azione di forza avrebbero riconquistato il ducato, anche se il Farini aveva a disposizione 20.000 uomini, perché la popolazione sarebbe corsa in aiuto del Duca che tanto amava, credendo nei principi della legittimità. Ma a cosa sarebbe servito tale sforzo solo per Modena senza estendersi alla Stato Pontificio, al Ducato di Parma e al Granducato di Toscana? La brigata del duca tenne sempre un giornale della brigata stessa, il cui titolo era” Giornale della Brigata Estense”. Ad ogni modo è proprio il Curletti che racconta nelle sue “Memorie” l’arrivo del Farini e dei falsi plebisciti. Proprio nel 1859, dopo la partenza del duca, il Farini fu nominato Regio Commissario di Modena. Il popolo continuava ad amare i suoi duchi, Francesco e Aldegonda. L’odio dunque si manifestò subito verso il Farini attraverso un attentato a colpi di fucile, ma gli attentatori, subito presi, non fu possibile giustiziarli perché i soldati si ammutinarono. Prussia e Russia, rendendosi conto della scontentezza degli emiliani sotto i piemontesi, suggerirono a Vittorio Emanuele di restituire il trono ai vecchi reali. Vittorio Emanuele prepotentemente e secondo il suo stile, lo nominò dittatore dell’Emilia con la scusa di una eventuale reazione a favore di Francesco. Secondo il Curletti si riteneva che il paese, lasciato a se stesso, potesse provocare una controrivoluzione. Il Curletti racconta che lui stesso aveva fatto giungere agenti e carabinieri da ogni parte del ducato perchè, nel momento della partenza del dittatore, lo invitassero a restare con falsi “evviva Farini” e “viva il dittatore”. Gli stessi uomini che lo acclamavano si gettarono sulla carrozza, ne staccarono i cavalli e lo ricondussero a palazzo, ove venne nominato attraverso un processo verbale “cittadino e dittatore” di Modena. In realtà nessun residente era presente. La farsa era cominciata senza alcuna richiesta da parte della popolazione. Da dittatore divenne un “liberatore”, di che cosa non è dato saperlo.
Senza perdere tempo, il Farini organizzò i plebisciti di annessione al Regno di Sardegna. Gli abitanti dei ducati di Modena, Reggio, Parma e Piacenza e del Gran Ducato di Toscana, vennero fatti votare i giorni11 e 12 marzo 1860. I dati ufficiali dei plebisciti furono 23584 votanti di cui 23492 per l’annessione al Piemonte, 62 per il regno separato e 30 voti nulli. Tutto era falso e fatto a favore del Piemonte senza alcuna partecipazione o desiderio da parte del popolo. Secondo la testimonianza del Curletti che prese parte alla messa in scena, proprio questo avvenne nel ducato estense e nel ducato di Parma, dove praticamente la popolazione non votò. Dunque una volontà popolare non ci fu e per anni la storia risorgimentale ha dato ad intendere che l’annessione fosse un volere popolare come la cacciata di Francesco. Di bugie ne sono state raccontate molte, perché non credere anche a questa? Il Curletti descrive ancora la votazione nelle sue “Rivelazioni” sulle votazioni dei parlamentari locali, così come per il voto di annessione si presentò un piccolissimo gruppo di elettori, tanto che si dovette ricorrere allo stratagemma della chiusura delle urne e di gettare dei biglietti favorevoli al Piemonte, come se più persone avessero partecipato per salvare le apparenze. Carabinieri e poliziotti travestiti si trovavano nell’aula. Tra questi venivano scelti il presidente e gli scrutatori. La stessa storia si verificò a Firenze e a Parma. Neppure i 4/5 degli emiliani votò ed anche qui si procedette con schede apocrife messe nelle urne da sbirri travestiti secondo gli ordini del Farini. Prima della votazione venne deciso dai comitati rivoluzionari che si comperassero delle schede e che queste venissero portate sul cappello. Coloro che non le avessero comprate e che non ne portavano per l’annessione al Piemonte, venivano pubblicamente ingiuriati e malmenati. Venivano ammessi alla votazione i falsi rappresentanti delle zone rurali, i cui contadini non potevano intervenire, che posero nelle urne centinaia di voti. Era doveroso votare per l’annessione e chi non lo faceva era considerato nemico della patria. Le tipografie toscane diffusero infiniti bollettini e non avrebbero potuto fare diversamente pena la morte. L’annessione si doveva fare a tutti i costi. I “ liberatori” dovevano “liberare” a tutti i costi chi non voleva essere liberato e desiderava vivere sotto i vecchi governanti. Il mondo stava cambiando. La prepotenza subentrava alla lealtà ed alla correttezza. Il duca di Modena non rientrò più nei suoi territori. La sua fedele Brigata rimase con lui fino allo scioglimento il 24 settembre 1863 per mancanza di fondi. L’imperatore Francesco Giuseppe era stato bloccato dal Parlamento che riteneva la spesa superflua. Il popolo lo ricordò e lo rimpianse sempre con immutato affetto.
