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Mancata ripartizione dei beni demaniali tra i contadini e usurpazioni dei liberali nell’Abruzzo aquilano

Di Pasquale Di Prospero

Con decreto (luogotenenziale per le provincie Napoletane) del 3 luglio 1861 il Regno unitario, sanciva l’istituzione dei Commissari Demaniali Ripartitori aventi il compito di procedere allo scioglimento delle promiscuità, al completamento delle divisioni in massa dei demani ex feudali, alle reintegre dei demani usurpati dai liberali negli anni del decennio francese, anch’essi da quotizzare. Le operazioni dovevano avere improrogabilmente termine entro lo stesso anno 1861; non potendo ovviamente fare in pochi mesi ciò che non era stato fatto in tanti anni, con decreto 16 marzo 1862 n. 503 veniva disposto l’affidamento ai Prefetti di tutte le operazioni demaniali non portate a termine dai Commissari Ripartitori. Ma qui cominciarono altre storie. I Prefetti designarono nei comuni inadempienti gli Agenti Demaniali (1) con precisi compiti ed indicazioni; ad esempio, per il comune di Tornimparte fu scelto Paolo De Matteis con tali istruzioni: «Nel 1811 si trovò occupata buona parte delle terre demaniali: se ne fece la misura; si computò uno stato dei possessori mancano le notizie delle disposizioni allora date. Posteriormente ebbero luogo altre occupazioni, e nel 1834 si procedette ad una seconda verifica. Ma in seguito di reclami, se ne dispose una terza, eseguita nel 1837. L’Agente riattiverà le operazioni interrotte, farà discutere i reclami e definire colla di lui assistenza, se debba darsi luogo a reintegre oppure a divisioni, distinguendo nell’un caso e nell’altro quali siano le terre da reintegrarsi e quali da dividersi». La volontà del Regno Unitario di chiudere le questioni demaniali e procedere alle definitive divisioni cozzava contro la resistenza della borghesia locale ben determinata a conservare le cose così come si erano consolidate negli anni. Si pensi che ancora nel 1865, l’Agente nominato per Tornimparte si lamentava col Prefetto per l’ostruzionismo che gli creava il sindaco Corpetti: «Le operazioni demaniali nel Comune di Tornimparte per essere continuate e condotte a termine hanno bisogno per molti aspetti della decisione di quel Consiglio, e più ancora che quell’Archivio fornisca tutte le carte in esso esistenti». Dopo aver concordato la data del 28 maggio per la seduta del Consiglio Comunale dove dovevano essere prese decisioni sulle questioni demaniali, l’Agente Demaniale venuto a Tornimparte scoprì con vero disappunto che non solo il Consiglio non era stato convocato, ma che il Sindaco ed il Segretario «… avevano creduto andarsene a sollazzo in una festa di un vicino villaggio.». 

Consapevole di aver esagerato, il Sindaco si affrettò lo stesso giorno a spedire, tramite una Guardia Nazionale, una lettera di spiegazioni al Prefetto: «Mi duole oltremodo essere ritenuto come disobbediente alle disposizioni Superiori, del Sig. Agente Demaniale del Mandamento di Sassa, recatosi quest’oggi in questo Comune, quanto che consta per la verità, che quantunque la mia carica sia gratuita, sto spargendo i miei sudori per riuscire allo scopo sia del Governo, che del Comune, ed abbandonare nel contempo gli interessi di famiglia, è pur vero essere stata fissata per oggi medesimo la venuta del succitato soggetto, ma perché ricorreva nel mio paese la festa di S. Vincenzo, ed avevo avuto l’onore di essere stato eletto come deputato di essa festa, mi era fatto lecito assentarmi dal Comune Centrale, col mio Segretario, non solo con lo scopo di appagare i desideri dei cittadini, ma anche per sorvegliare per quanto possibile il mantenimento dell’ordine pubblico…». La durissima reprimenda del Prefetto che ne seguì fu più per dare soddisfazione all’Agente Demaniale che per incidere realmente nella sostanza delle cose in fondo accadeva lo stesso in tutto il Meridione d’Italia, a fronte di tanto stravolgimento politico non ne era scaturito alcunché per i miserabili.

Ecco quanto scriveva Tommaso Pedio: «Il nuovo regime, per non inimicarsi la ricca borghesia provinciale, e i galantuomini che ad esso hanno aderito non vogliono rendersi conto che all’origine del malcontento che si profila nelle campagne meridionali sono le condizioni di miseria in cui vivono i ceti subalterni, le delusioni seguite alla illusione che il nuovo regime avrebbe tolto finalmente le terre agli usurpatori e la ferocia con cui sono state represse le prime manifestazioni contadine. Convinti di poter dominare la situazione con la forza dell’esercito piemontese, i galantuomini meridionali non intendono cedere alle richieste dei pària»(2).

Era stata fondamentale la posizione dei possidenti durante le fasi dell’invasione piemontese, ma soprattutto quando era impellente l’esigenza di legittimare agli occhi delle diplomazie europee un’aggressione in piena regola, i possidenti furono i custodi intransigenti della grande “farsa plebiscitaria” del 21 ottobre 1860.Si sarebbe dovuto votare con delle schede di colore diverso, bianche per il SI e grigie per il NO, chi si apprestava a votare doveva richiedere una delle due schede che avrebbe lui stesso infilata in una delle due urne separate. Non si tratta ovviamente di esagerazioni, ma tali modalità di votazione furono stabilite con decreto dittatoriale di Garibaldi e diramate con Circolare del Governatore dell’Abruzzo Ulteriore 2° tale carteggio è depositato presso l’Archivio di Stato dell’Aquila. A controllare le operazioni dietro l’urna vi era schierata la parata degli amministratori nei fatti i possidenti e i nuovi borghesi liberali cioè tutti gli usurpatori demaniali; insomma il nuovo regime. In molti comuni i contadini non sopportarono la “farsa” e si scagliarono contro le “Cancellerie Comunali”, facendo fallire la votazione come a Pescorocchiano, Borgocollefegato(oggi Borgorose), Campotosto ecc. In provincia dell’Aquila con quelle condizioni di “segretezza violata” dalle urne uscirono 43 231 SI e 143 NO , le truppe Piemontesi  comunque erano già transitate per l’Aquila dal giorno 14 ottobre, il 20  transitava  sempre per l’Aquila il Generale Della Rocca, la sera del 21 giungeva sempre con lo stesso itinerario (Rieti, Antrodoco, L’Aquila, Popoli) la colonna del generale Cerasoli, insomma si teneva una consultazione plebiscitaria durante le fasi di un’invasione (che avveniva senza nemmeno la dichiarazione di guerra). I contadini vedevano sfilare le truppe piemontesi e i possidenti che si davano da fare per favorire il loro cammino, all’Aquila addirittura fu nominata una “Deputazione degli alloggi perché i nostri prodi confratelli siano convenientemente ricevuti, alloggiati e trattati”.      

I contadini(briganti) che si opposero alle autorità post-unitarie in fondo condussero la loro guerra contro i possidenti i quali nel nuovo ordine avevano trovato più di una garanzia in relazione alle retrocessioni dei demani illegittimamente usurpati, chi doveva avviare le procedure le avrebbe attivate contro se stesso! I decurionati erano guidati dagli armentari, dai grossi possidenti che nel nuovo corso erano saldamente rimasti in sella (cambiare tutto per non cambiare niente).I briganti Colaiuda, Viola e compagni, consapevoli dell’ormai irreversibile vittoria dei possidenti sui ceti subalterni, a tre o quattro anni dall’unità d’ Italia, imboccarono la via della vendetta e della rappresaglia, furono barbaramente assassinati quelli che avevano favorito le autorità unitarie nella lotta al brigantaggio (Antonini, Panei, Fusari, Tocci, Vulpiani,..). Fu oggetto di rappresaglia il primo di settembre del 1864, in località Forca Miccia, lo stazzo del Deputato pugliese Scillitani, gli uccisero milleseicentodiciotto pecore, inoltre gli furono distrutti i caldai di rame per fare il formaggio. Queste azioni, presumibilmente, creavano ancora residuali entusiasmi e compiacenze nei pezzenti che comunque restavano esclusi dall’indotto dell’industria armentizia. Nel caso di armentari forestieri (De Luca, Vacca, Scillitani, ...), vi era l’aggravante, agli occhi dei contadini, che gli stessi occupavano le loro montagne a canoni bassissimi (poche decine di ducati). 

 

1. A. S. A., Atti Demaniali, II Versamento b. 38. 

2. Tommaso Pedio, Brigantaggio meridionale (1086-1863), Capone Editore, Cavallino di Lecce, 1997.